La ricerca scientifica non è una spesa ma un investimento per la salute

  1. Obiettivo

L’Italia presenta una sostanziale mancanza d’indirizzo strategico nel campo Life Sciences, con politiche pubbliche incentrate sull’innalzamento della performance media del settore piuttosto che focalizzarsi sullo sviluppo delle aree di forza. Inoltre, non abbiamo scala, pur avendo tante piccole eccellenze.

Scopo di questo documento è indicare una serie di interventi per riportare la ricerca italiana del settore “scienze della vita” al livello europeo. Gli interventi riguardano la ricerca pubblica e delle Fondazioni non-profit (PFNP), inclusi tutti gli IRCCS, con lo scopo di rispondere alle priorità del Governo ed in ultima istanza migliorare l’attività del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

  1. Premessa

2.1 Pochi ricercatori

Non vi è dubbio che lo sviluppo ed il sostegno alla ricerca scientifica non sono stati da molti decenni una priorità per i Governi che si sono succeduti, con un aggravamento della situazione in rapporto con la crisi economica ed una rappresentazione della sua fragilità in occasione della recente pandemia prodotta dal virus SARS-CoV-2. I nostri Governi hanno sempre considerato la ricerca una spesa anziché un investimento capace di dare ampi ritorni sul lungo termine. Alcuni numeri sono molto significativi. Ad esempio, il numero dei ricercatori in Italia è poco più della metà della media dei ricercatori dei Paesi Europei. Si tratta del numero globale di ricercatori che si riflette anche su quelli riguardanti le scienze della vita per cui non è possibile avere dati interni e comparativi con gli altri Paesi Europei. Questa differenza è determinata in particolare da tre fattori: anzitutto dal numero di laureati, che in Italia è ancora molto basso, e soprattutto dal numero dei dottorati di ricerca, che è circa un terzo rispetto alla Germania e circa la metà della Francia. In secondo luogo, la presenza dei ricercatori è decimata dalle “fughe” all’estero che molto spesso sono senza ritorno. Basti ricordare che anche i ricercatori italiani che vincono prestigiosi grants di ricerca preferiscono in maggioranza utilizzarli in laboratori stranieri, non solo per sfuggire alla burocrazia universitaria, ma anche per la maggior disponibilità di apparecchiature tecnologicamente avanzate e la maggiore possibilità di effettuare sperimentazione animale. Infine, va ricordata la difficoltà di carriera all’interno delle strutture pubbliche, con la necessità di vivere per molti anni con borse di studio e varie forme di precariato.

2.2 Il sostegno economico

I ricercatori sono ridotti anche perché il sostegno economico alla ricerca è ridotto. Spendiamo l’1,2 percento del PIL contro il doppio della Francia ed il triplo della Germania. Se facciamo il confronto con gli Stati Uniti l’investimento in ricerca è di circa 16 volte superiore al nostro e la Cina è in notevole progressione nei suoi investimenti in ricerca. Inoltre, le scarse risorse disponibili sono frammentate nell’ambito di molti Ministeri in contrasto fra di loro, con un fantomatico Ministero della Ricerca che in realtà non ha alcun compito di coordinamento. A tutto ciò si deve aggiungere una incredibile complicazione burocratica che rende difficile e costosa la programmazione e la gestione della ricerca. Le date dei bandi di concorso sono casuali, le approvazioni dei progetti richiedono tempi lunghissimi, i pagamenti sono sempre in ritardo. Le Istituzioni che dipendono dal Ministero della Salute, i cosiddetti IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), che dovrebbero operare a vantaggio del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) hanno linee di ricerca strettamente demarcate, decise da funzionari ministeriali; nelle rendicontazioni si devono rispettare rigide regole che contrastano con la necessità della ricerca di adattarsi all’evolversi delle conoscenze. La partecipazione ai bandi di concorso ha incredibili limitazioni: un giovane per parteciparvi deve avere parametri bibliometrici ben definiti, deve avere almeno due articoli scientifici come primo autore e una serie di altre limitazioni che certamente non aiutano a premiare i progetti sulla base del loro intrinseco merito.

2.3 La sperimentazione animale

L’utilizzazione di animali da esperimento è tuttora una necessità che non può essere sostituita da altre metodologie. Infatti, gli studi di varia natura “in silico” o “in vitro” rappresentano aspetti integrativi da realizzarsi in tempi precedenti o concomitanti, ma non sufficienti ad eliminare studi “in vivo” secondo quanto succede in tutti i Paesi avanzati. L’Italia è in una situazione di infrazione perché non ha accettato il regolamento europeo per la sperimentazione animale e opera con una legge estremamente restrittiva, il che impedisce il progredire delle conoscenze biologiche e lo sviluppo della ricerca sui farmaci e altri tipi di terapia che richiedono l’impiego degli animali. Per esempio, in Italia la legge proibisce l’allevamento di scimmie, cani e gatti per la sperimentazione. Non solo, proibisce che si possa fare sperimentazione animale in due aree di ricerca: la ricerca sulle droghe che generano dipendenza e quella sui trapianti d’organo fra specie diverse. In nessuna parte del mondo esistono queste limitazioni, che gravano molto sul progresso delle conoscenze.

Ad una Direttiva Europea tendente a rendere omogenee le regole per la sperimentazione animale, l’Italia ha risposto aggravando ulteriormente le restrizioni. Per dare un esempio, anche solo per eseguire un esperimento su un topo bisogna passare attraverso risposte ad un complesso questionario e l’autorizzazione di ben quattro Comitati: il Comitato Etico animale, il Comitato per il benessere animale, l’Istituto Superiore di Sanità ed il Ministero della Salute con il pagamento di una tassa e tempi dai 4 ai 6 mesi che non permettono la continuità e la fluidità della ricerca come avviene negli altri Paesi Europei. Ricordiamo che per la sperimentazione sull’uomo basta il parere dell’AIFA e del Comitato Etico. 

2.4 Ricerca e SSN

Per quanto riguarda più direttamente la salute è importante sottolineare che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), un bene straordinario da non perdere, è una delle attività più complesse che si possa immaginare, perché comprende prevenzione, diagnostica, terapia e riabilitazione con un investimento per strutture territoriali, ospedali e sofisticate attrezzature. Del suo bilancio pari a 115 miliardi di euro si spende solo circa lo 0,2 percento per ricerca a sostegno fra l’altro di oltre 50 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) quando per un solo aspetto della terapia l’industria farmaceutica spende il 7 percento del suo fatturato con punte fino al 20 percento e l’industria degli smartphone spende il 10 percento! Senza ricerca scientifica si rischia di essere succubi del mercato della medicina anziché valutarlo per la sua utilità ed indirizzarlo verso finalità di salute individuale e pubblica.

2.5 Le conseguenze della carenza di ricerca

Senza entrare in altri particolari, le difficoltà della ricerca si ripercuotono sulla carenza dell’Italia nel determinare sviluppo di prodotti ad alto valore aggiunto. Siamo al diciassettesimo posto per innovatività, al trentesimo posto per competitività. Ogni 100.000 abitanti si producono in Italia 6,8 brevetti all’anno contro gli 88 della Svizzera. Le start-up, le piccole organizzazioni che si occupano di progetti ad alto rischio sono poche rispetto agli altri Paesi Europei, il che determina un basso afflusso di venture capital. Occorre tuttavia ricordare che il singolo ricercatore italiano ha una produttività comparabile a quella dei ricercatori dei Paesi più avanzati, ma mancano masse critiche multidisciplinari per affrontare e portare a termine importanti progetti di ricerca.

  1. Alcune indicazioni sulle priorità

Per quanto riguarda le priorità nel campo della salute sembrerebbe logico occuparsi delle aree che normalmente non sono di interesse industriale, perché troppo difficili o poco remunerative.

3.1 Prevenzione

Un’area essenziale che implica un cambiamento di cultura riguarda la prevenzione. Più del 50 percento delle malattie non piovono dal cielo ma dipendono dai nostri comportamenti. Evitare le malattie dovrebbe essere prioritario, considerando un fallimento la presenza di malattie. In questo senso la prevenzione può essere declinata in tre direzioni. Una direzione comunitaria, ricercando le relazioni fra inquinamento e salute, fra clima e salute, lavoro e salute, che permettano di eliminare i fattori negativi. Una direzione istituzionale, ricercando i metodi migliori per anticipare il riconoscimento dei fattori che determinano le malattie attraverso marker basati sulle conoscenze genetiche, metaboliche, occupazionali nonché la realizzazione di vaccinazioni, screening sulla base di reali vantaggi per la salute. Una direzione personale, attraverso la promozione e la facilitazione dei buoni stili di vita, fumo, alcol, droghe, alimentazione, obesità, esercizio fisico ed intellettuale, sonno, relazioni sociali, sono fattori fondamentali che devono entrare nella cultura di tutti a partire dalla scuola primaria. Lo studio dei determinanti sociali di malattia fra cui le condizioni socioeconomiche che rappresentano il fattore più importante per assicurare la salute. Diminuire la povertà ed aumentare la scolarità sono aspetti essenziali per diminuire le malattie. La popolazione deve essere difesa, attraverso lo sviluppo della ricerca, da un mercato che propaganda rimedi privi di efficacia. Per realizzare un efficace programma di prevenzione occorre integrare le cognizioni mediche con le conoscenze chimiche, tecnologiche, sociologiche, antropologiche in uno sforzo collettivo che permetta oltre che il benessere individuale anche la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, un bene inestimabile da non perdere. Si tratta di un grande cambiamento culturale che deve coinvolgere tutto il Paese: dal Governo alle Autorità locali, dal SSN a tutte le Organizzazioni del terzo settore. In particolare, sembra essere molto utile rendere partecipi le scuole in un percorso di formazione alla prevenzione: agli italiani fin da piccoli deve essere trasmesso il concetto della prevenzione e del suo valore. 

3.2 Malattie Rare

Un’altra priorità dovrebbe riguardare le malattie rare che per loro natura non sono appetibili da parte dell’industria farmaceutica. Si tratta di almeno 7.000 malattie, in aumento, per cui è necessario conoscerne la base genetica, lo sviluppo, la sintomatologia per sviluppare modelli “in vitro” e modelli animali in modo da realizzare marker diagnostici e farmaci preventivi o terapeutici. Un enorme lavoro se si considera che in 20 anni è stato ottenuto solo un centinaio di farmaci e non tutti risolutivi, mentre sono disponibili circa 1900 potenziali farmaci in attesa di sviluppo. In particolare, sono stati poco studiati finora farmaci per malattie neurodegenerative, soprattutto nei bambini, con il coinvolgimento delle funzioni cognitive. Per farmaci si intendono anche le attuali metodologie che permettono di modificare o di sostituire geni attraverso adeguate tecnologie.

3.3 Demenze

Analogamente un campo completamente ignorato dall’industria date le ovvie difficoltà è quello delle demenze senili in grande aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione. Si calcola che nel 2030 si potrebbero avere oltre tre milioni di dementi senili, un problema sociale di enorme importanza cui non viene dedicato alcun interesse da parte del Governo. Occorre studiare i meccanismi della demenza per alimentare l’adozione di buone qualità di vita e sviluppare farmaci preventivi o curativi capaci di ridurre il peso di questa patologia per i singoli e per la società.

3.4 Farmaci

I farmaci rappresentano una componente molto importante per il trattamento delle malattie, ma anche un peso economico considerando che il mercato totale supera ampiamente i 30 miliardi di euro, con circa due terzi a carico del SSN. La conoscenza di molti farmaci è ancora sommaria. Infatti per molti non conosciamo le dosi ottimali, la durata dei trattamenti, le differenze di genere, l’effetto nei pazienti fragili. Sono enfatizzati i benefici e poco conosciuti gli aspetti tossici. Per farmaci con le stesse indicazioni terapeutiche esistono pochissimi studi comparativi come pure poco conosciute sono le interazioni tra farmaci. In generale si trattano molti pazienti, ma solo pochi hanno un beneficio. Studiare come aumentare i benefici restringendo il numero dei pazienti trattati non è evidentemente di interesse industriale. Si tratta quindi di un altro vasto campo che richiede ricerca.

3.5 Ricerca di base

Infine, fra le priorità non può essere ignorata ciò che viene definita ricerca di base o ricerca fondamentale. Si tratta di quella tipologia di ricerca che non ha scopi applicativi nel breve-medio termine, ma si occupa ad esempio di aumentare le conoscenze della struttura delle varie cellule, di definirne la composizione in termini di genomica, proteomica, metabolomica. È ricerca di base il rapporto fra geni e funzioni, fra proteine e funzioni metaboliche, la conoscenza dei microbiomi che albergano nell’intestino, nel cavo orale, sulla cute, nei tumori come pure il coordinamento dei movimenti, la struttura della memoria. Si tratta di conoscenze fondamentali, perché sono quelle che nel tempo rappresentano la base per la ricerca applicativa e di sviluppo per ottenere prodotti ad alto valore aggiunto. In Italia questa ricerca è “cenerentola” e va potenziata nell’interesse anche dell’economia a lungo termine del Paese.

Sono solo alcuni esempi che ovviamente possono essere modificati e integrati con altri problemi sanitari. Il post-pandemia è un’occasione che non possiamo perdere per rimettere la ricerca scientifica nella sua giusta posizione culturale e operativa. Il Paese non può aspettare!

  1. Aumentare il numero dei ricercatori ed il sostegno alla ricerca pubblica e non-profit

Questo capitolo riguarda gli interventi da realizzare nell’area “scienze della vita”, che comprenda – oltre alla ricerca per aumentare la conoscenza – la medicina, la biologia, alcuni aspetti dell’agricoltura, della veterinaria e tutte le tecnologie che sono necessarie per rendere la ricerca funzionale al SSN. Le strutture che devono essere coinvolte nel progetto sono le Università, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), gli IRCCS e le Fondazioni non-profit che realizzano ricerca in campo biomedico.

4.1 Realizzare una “Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica (AIRS)”

Occorre evitare l’attuale frammentazione per cui molte risorse economiche per la ricerca sono in carico a vari Ministeri. Sembra logico riunire il sostegno economico alla ricerca in una struttura sottratta alla influenza della politica e della burocrazia, ma in contatto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri da cui poter ricevere l’input sulle priorità della ricerca che ovviamente devono avere origine e obiettivi pubblici. Si dovrebbe trattare di una struttura molto agile con una Segreteria Tecnica ed una serie di Comitati i cui membri vengano eletti dai ricercatori ed integrati da ricercatori autorevoli internazionali. I Comitati dovrebbero essere organizzati non per discipline, ma per tematiche, ad esempio: prevenzione, malattie rare, tecnologie per la salute, ecc. Compito dell’AIRS dovrebbe essere la predisposizione di bandi di concorso, che abbiano le caratteristiche della continuità, e di una programmazione che permetta agli enti di ricerca di poter a loro volta programmare le attività di ricerca. L’AIRS dovrebbe assicurare tempi certi per tutte le tappe che riguardano la presentazione dei progetti fino alla loro rendicontazione. Dovrebbe essere compito dell’AIRS verificare i risultati delle ricerche programmate. La presentazione dei progetti dovrebbe essere fatta dalle Istituzioni e non dai singoli ricercatori, per avere progetti di grandi dimensioni, possibilmente in rete con altre Istituzioni di ricerca e possibilmente con collaborazioni internazionali. Ciò al fine di affrontare problemi di base che implicano solo aumento di conoscenza, ovviamente in aggiunta a progetti applicativi.

Compito dell’AIRS dovrebbe essere anche l’attrazione di fondi stranieri dedicati alla ricerca nonché la facilitazione delle collaborazioni per aumentare l’ottenimento dei fondi dell’Unione Europea.

Sarebbe inoltre molto utile un collegamento dell’AIRS con tutte le Fondazioni italiane (AIRC, Telethon, Cariplo, ecc.) che erogano risorse per la ricerca per cercare complementarità nei programmi di sostegno alla ricerca. 

4.2 Risorse necessarie

Un primo piano riguarda un aumento del capitale umano che opera nella ricerca di base e ricerca applicativa. Nel campo della ricerca riguardante le scienze della vita si può stimare che un ricercatore fra salario e costi per la ricerca richieda circa 100.000 euro all’anno.

Si può quindi calcolare che per ogni miliardo di euro per anno, dedotti 100 milioni per spese riguardanti strutture di laboratorio ed apparecchiature avanzate, si potrebbe finanziare la ricerca di circa 9.000 nuovi ricercatori (100.000 euro per ricercatore per anno) calcolando dal 30 al 50 percento per stipendi ed il resto per le spese generali e l’acquisto di tutti i materiali necessari per la ricerca. Il valore di queste cifre acquista un significato di scala, perché le risorse sarebbero utilizzate per più ricercatori all’interno di uno stesso Ente di ricerca pubblico o non-profit. Si tratta di un eccezionale sviluppo dell’occupazione per formare personale che potrà nel tempo essere messo a disposizione anche della ricerca privata.

Aumentando le risorse di un miliardo di euro all’anno per un periodo minimo di cinque anni, si potrebbe al termine aggiungere alla ricerca delle scienze della vita ben 45.000 nuovi ricercatori che potrebbero arrivare a 90.000 nel caso in cui si decidesse di aumentare il contributo a due miliardi di euro all’anno per cinque anni. Si tratterebbe di un grande arricchimento del capitale umano per la ricerca con una spesa progressiva fino a 10 miliardi di euro alla fine del quinto anno.

4.3 Altre iniziative

Si ritiene che, contestualmente a quanto precedentemente evidenziato, sia opportuno identificare misure specifiche a sostegno anche di iniziative private, al fine di incentivare nuovi investimenti dedicati nel nostro Paese, che contribuiscano allo sviluppo della ricerca scientifica producendo un impatto positivo anche in termini occupazionali. In questo ambito, per rendere l’Italia competitiva rispetto ad altri Paesi europei sono auspicabili una serie interventi (ad esempio in materia fiscale), che ci si riserva di declinare in uno specifico documento. In linea generale, si segnala inoltre che sarebbe importante stimolare donazioni e contribuzioni filantropiche attraverso meccanismi che concedano dei benefici diretti o indiretti a chi destina proprie risorse alla scienza.

Infine, sarebbe importante ridurre, parzialmente o totalmente, l’I.V.A. dai materiali e dalle attrezzature destinati alla ricerca.

 

Gruppo di Lavoro Sanità

Silvio Garattini Responsabile, Presidente

Francesco Bandello

Nicola Bedin

Cesare Galli

Federico Lombardi

Lorenzo Positano

Alessandro Repici

23/07/2020

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Alla luce di tutto quanto sopra e, non meno, agli interessi del Paese, risultano necessari investimenti nella ricerca tali da produrre un tasso di innovazione che consenta uno sviluppo del PIL di almeno il 3% annuo.

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